Scienza e Potere

poterescienzaBisogna fare una distinzione tra la conoscenza e l’uso che ne viene fatto, come di qualunque altro tipo di strumento. Anche lo strumento più innocuo può diventare, se usato male, uno strumento di tortura nei confronti degli altri.

Nell’età moderna, prima dell’affermarsi del metodo scientifico nel Quattrocento e nel Cinquecento il sapiente era un considerato mago, e gli venivano attribuiti poteri più che umani sul piano conoscitivo. Cioè si pensava che, per essere depositario della conoscenza, bisognasse essere dotati di una intelligenza e di capacità non comuni, cioè molto superiori a quelle di chiunque. E’ chiaro che da questo punto di vista la conoscenza era una forma di potere, ed era un potere in mano di pochi individui, che la potevano utilizzare anche per assoggettare altri individui.

Lo sviluppo della conoscenza scientifica ha prodotto come primo risultato un maggiore avanzamento verso lo sviluppo delle pari opportunità conoscitive dell’intelligenza umana ossia l’idea che chiunque volesse accedere alla conoscenza potesse farlo. E che, quindi, per accedere alla conoscenza non sia necessario un cervello mostruoso, ma che sia sufficiente un’intelligenza normale assieme a molta, molta applicazione. E questa diffusione della conoscenza può essere un antidoto nei confronti dell’uso sbagliato della conoscenza, perché quante più persone possono controllare e intervenire su di essa, tanto più si può attingere a maggiori garanzie nei confronti della tentazione di pochi di utilizzare per fini malefici i prodotti della conoscenza.

Stalin è stato il protagonista di uno dei casi più eclatanti di incursione del potere politico nel campo scientifico. Fu in presenza di una controversia scientifica tra due scuole di pensiero, quella genetica, che si rifaceva alle teorie di Mendel (e agli sviluppi successivi, che esse hanno avuto, soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento nel campo delle teorie biologiche), e quella che proveniva dall’agrimensura (tecniche pratiche di agricoltura) che il dittatore sovietico decise di schierarsi decisamente a favore di questa seconda “scuola di pensiero”, ritenendo che la genetica e la scienza nel suo percorso non dessero le risposte che ci si aspettava, per quanto riguardava, ad esempio, la modernizzazione dell’agricoltura russa, il problema enorme di come sfamare i contadini e i cittadini, che erano oppressi dalla mancanza di materie prime, dovute alla carestia e alla guerra civile. Questa incursione in una controversia scientifica, da parte del potere politico, fu rovinosa perchè Stalin scelse la parte sbagliata.

All’interno dei fisici tedeschi ci fu un grande dibattito sul contributo che la scienza doveva e non doveva dare in termini di conoscenza e di applicazioni al nazismo. Alcuni scienziati decisero di collaborare con il potere nazista, rimasero in Germania e cercarono di studiare, ad esempio, come arrivare alla bomba atomica quasi ci riuscirono. Altri tecnologi, come Werner Von Braun, contribuirono a costruire dei missili micidiali, le V2, che seminarono il terrore su Londra, durante la Seconda Guerra Mondiale. Altri invece scelsero di non collaborare e polemizzarono pesantemente con i loro colleghi, che avevano accettato di portare il loro contributo a un regime totalitario violando, un codice etico che avrebbero dovuto rispettare.

Lo scienziato non è molto diverso da nessun uomo, ma in più dovrebbe avere quel codice di autocontrollo che gli viene dal possesso di una conoscenza che dovrebbe essere diretta e orientata verso la crescita del benessere dell’umanità. Uno dei primi casi di scontro tra scienza e potere, a parte il famoso caso Galilei è stato il caso di Antoine Lavoisier, che è stato l’inventore della chimica moderna. Esso ha determinato il passaggio dall’alchimia alla chimica, quindi ha dato un grande contributo, non soltanto allo sviluppo della conoscenza, ma alla sconfitta delle superstizioni, perché all’alchimia erano associate diverse superstizioni.

Lavoisier non era soltanto uno scienziato, ma era anche un fermier général, cioè colui che, all’interno del regime pre-rivoluzionario francese, riscuoteva le imposte. E attraverso questa seconda professione, Lavoisier si arricchì velocemente, come si arricchivano tutti coloro che avevano accesso a questo tipo di incarico. Ma gran parte di questi profitti li reinvestì per finanziare le sue ricerche e i suoi esperimenti. In sostanza è stato uno dei primi mecenati di se stesso. E quando scoppiò la Rivoluzione non si tenne adeguatamente conto del fatto che Lavoisier si era arricchito, anche se buona parte di queste sue ricchezze le aveva messe a profitto dello sviluppo della conoscenza. Lavoisier venne incriminato e poi giustiziato. Il suo caso è emblematico perché ci fa capire che la scienza ha bisogno di essere sostenuta, ha bisogno di finanziamenti.

Oggi un grande laboratorio scientifico assomiglia a un complesso industriale che ha bisogno del sostegno finanziario dei governi senza che questo supporto economico si trasformi in condizionamento. Secondo il commissario responsabile per la Scienza e la ricerca Janez Potocnik, per quanto riguarda il rapporto fra scienza e politica, esistono tre elementi chiave che egli descrive come “parzialmente contraddittori”.
La politica dovrebbe proteggere l’indipendenza degli sforzi scientifici, ma nel contempo, in considerazione dell’impatto del progresso scientifico sulla qualità della vita e sulla crescita, i politici dovrebbero garantire un ruolo importante anche per l’innovazione. In più, la scienza non è ambivalente, ma può fare parte piuttosto del problema che della soluzione. “La politica, quindi, dovrebbe proteggere la scienza da se stessa e porla al servizio della società”, ha spiegato il commissario Potocnik.

L’UE cerca di risolvere questi aspetti conflittuali fra lo sforzo scientifico e la politica attraverso un “processo pragmatico di avvicinamento della scienza alla società”, ha continuato. “Si sta inventando e costruendo un nuovo rapporto fra scienza e politica mentre parliamo. Dobbiamo imparare a vivere in un ambiente collettivo in cui la scienza sia pienamente accettata e sia alla base delle decisioni pubbliche”.