Scienza e Fede
Scienza e Fede: Giovanni Paolo II e il Caso Galileo
Discorso di Giovanni Paolo II alla Pontificia Accademia delle Scienze 31 ottobre 1992
Nel 1992, Papa Giovanni Paolo II, che aveva già chiesto nel 1979 la revisione del “Caso Galilei”, ritirò la condanna della Chiesa cattolica allo scienziato, riconoscendo pubblicamente la validità e verità scientifica delle teorie di Galileo Galilei e chiedendo scusa, da parte della Chiesa, per avere ingiustamente condannato non solo il fondatore della scienza moderna ma indiscutibilmente una delle menti più brillanti, geniali e serie dello scorso millennio. Galileo ha sicuramente caratterizzato un’epoca. La sua grandezza è a tutti nota, ed è noto che egli ebbe molto a soffrire da parte di uomini e organismi di Chiesa. Il Concilio Vaticano II ha riconosciuto e deplorato certi indebiti interventi: Ci sia concesso di deplorare – cita la Costituzione conciliare Gaudium et spes – certi atteggiamenti mentali, che talvolta non mancarono nemmeno tra i cristiani, derivati dal non avere sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza, e che, suscitando contese e controversie, trascinarono molti spiriti a tal punto da ritenere che scienza e fede si oppongano tra loro. Per questo il Pontefice auspicò che teologi, scienziati e storici, animati da uno spirito di sincera collaborazione, approfondissero l’esame del caso Galileo e, nel leale riconoscimento dei torti, rimuovessero le diffidenze tra scienza e fede, tra Chiesa e mondo. Colui che è chiamato a buon diritto il fondatore della fisica moderna, ha dichiarato esplicitamente che le due verità, di fede e di scienza, non possono mai contrariarsi. Non diversamente insegna il Concilio Vaticano II: “La ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà della fede hanno origine dal medesimo Iddio” (Gaudium et spes).
Galileo sentiva nella sua ricerca scientifica la presenza del Creatore che lo stimolava, che preveniva e aiutava le sue intuizioni, operando nel profondo del suo spirito con profonda umiltà. L’umiltà è una virtù dello spirito necessaria tanto per la ricerca scientifica, quanto per l’adesione alla fede. Essa crea un clima favorevole al dialogo tra il credente e lo scienziato e richiama l’illuminazione di Dio da chi umilmente ricerca la verità. Galileo ha enunciato delle importanti norme di carattere epistemologico indispensabili per accordare la Sacra Scrittura con la scienza, riaffermando la verità della Scrittura: “non poter mai la Sacra Scrittura mentire, tutta volta che sia penetrato il suo vero sentimento, il quale non credo che si possa negare essere molte volte recondito e molto diverso da quello che suona il puro significato delle parole”. L’esistenza della Pontificia Accademia delle Scienze, di cui nella sua più antica ascendenza fu socio Galileo e di cui oggi fanno parte eminenti scienziati, senza alcuna forma di discriminazione etnica o religiosa, è un segno visibile, elevato tra i popoli, dell’armonia profonda che pur esiste tra le verità della scienza e le verità della fede. L’Inchiesta Interdisciplinare voluta dal Papa e condotta dalla Commissione Pontificia per lo studio della controversia tolemaico-copernicana del XVI e del XVII secolo, nella quale il caso Galileo si inserisce, portò alla conclusione che, alla luce delle scoperte di Galileo, i suoi avversari non hanno, ne prima ne dopo di lui, scoperto nulla che potesse costituire una confutazione convincente dell’astronomia copernicana. I fatti si imposero facendo apparire il carattere relativo della sentenza contro di lui pronunciata nel 1633. Nel 1741, di fronte alla prova ottica delle teorie sulla rotazione della Terra intorno al Sole, Benedetto XIV fece concedere dal Sant’Uffizio l’imprimatur alle Opere di Galileo. Di fatto, nonostante tale decreto, numerosi furono coloro che continuarono ad essere restii ad ammettere la nuova interpretazione. Nel 1820 venne definitivamente concesso l’imprimatur alle opere che esponevano l’astronomia copernicana come una tesi, e non più soltanto come un’ipotesi.
Il lavoro, svolto per oltre dieci anni, permetteva di porre meglio in luce vari punti importanti della questione. Una doppia questione stava al cuore del dibattito di cui Galileo fu al centro. La prima era di ordine epistemologico relativa all’ermeneutica biblica: la rappresentazione geocentrica del mondo era comunemente accettata nella cultura del tempo come pienamente concorde con l’insegnamento della Bibbia, nella quale alcune espressioni, prese alla lettera, sembravano costituire delle affermazioni di geocentrismo. Il problema che si posero dunque i teologi dell’epoca era quello della compatibilità dell’eliocentrismo e della Scrittura. Così la scienza nuova, con i suoi metodi e la libertà di ricerca che essi suppongono, obbligava i teologi ad interrogarsi sul loro criterio di interpretazione della Scrittura. La maggior parte non seppe farlo. Paradossalmente, Galileo, sincero credente, si mostrò su questo punto più perspicace dei suoi avversari teologi. “Sebbene la Scrittura non può errare”, scriveva, “potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de suoi interpreti ed espositori, in vari modi” (Lettera del 1613). Il capovolgimento provocato dal sistema di Copernico ha cosi richiesto uno sforzo di riflessione epistemologica sulle scienze bibliche. Questa crisi non è il solo fattore ad aver avuto delle ripercussioni sull’interpretazione della Bibbia. Il secondo aspetto del problema è quello pastorale: in virtù della missione che le è propria, la Chiesa ha il dovere di essere attenta alle incidenze pastorali della sua parola, e questa deve corrispondere alla verità. Qui si trattava di sapere come prendere in considerazione un dato scientifico nuovo quando esso sembrava contraddire delle verità di fede. Il giudizio pastorale sulla teoria copernicana era difficile da esprimere nella misura in cui il geocentrismo sembrava far parte dell’insegnamento stesso della Scrittura. Se la cultura contemporanea è segnata da una tendenza allo scientismo, l’orizzonte culturale dell’epoca di Galileo era fortemente unitario: la maggioranza dei teologi non percepiva la distinzione formale tra la Sacra Scrittura e la sua interpretazione, ciò li condusse a trasporre indebitamente nel campo della dottrina della fede una questione di fatto appartenente alla ricerca scientifica. A partire dal 1700 fino ai nostri giorni, il caso Galileo è divenuto un mito che ha giocato un ruolo culturale considerevole contribuendo ad ancorare parecchi uomini di scienza in buona fede all’idea che ci fosse incompatibilità tra lo spirito della scienza e la sua etica di ricerca, da un lato, e la fede cristiana, dall’altro. Le chiarificazioni apportate dai recenti studi storici ci permettono di affermare che tale doloroso malinteso appartiene ormai al passato. Dal caso Galileo si può trarre un insegnamento che resta d’attualità in rapporto ad analoghe situazioni che si presentano oggi e possono presentarsi in futuro. Queste osservazioni intendono indicare che spesso, al di là di due visioni parziali e contrastanti, esiste una visione più larga che entrambe le include e le supera. Un altro insegnamento che si trae è il fatto che le diverse discipline del sapere richiedono una diversità di metodi. Galileo lo aveva compreso. L’errore dei teologi del tempo fu quello di pensare che la nostra conoscenza della struttura del mondo fisico fosse, in qualche modo, imposta dal senso letterale della S. Scrittura. In realtà, la Scrittura non si occupa dei dettagli del mondo fisico, la cui conoscenza è affidata all’esperienza e ai ragionamenti umani. Esistono due campi del sapere, quello che ha la sua fonte nella Rivelazione e quello che la ragione può scoprire con le sole sue forze. A quest’ultimo appartengono le scienze sperimentali e la filosofia. La distinzione tra i due campi del sapere non deve essere intesa come una opposizione: i due settori non sono del tutto estranei l’uno all’altro, ma hanno punti di incontro.
Ciò che di permanente e di obiettivo rimane oggi della questione galileiana può essere sintetizzato nella domanda: quale rapporto c’è tra scienza e fede? Il problema della scienza è quello di pretendere di rappresentare il sapere come tale, la totalità del sapere, che pretende di essere il punto discriminante sulla verità della fede. La sottovalutazione della fede come superstizione, la dichiarazione dell’impossibilità del soprannaturale, l’impossibilità dei miracoli, la riduzione dell’avvenimento cristiano sostanzialmente a fenomeno in qualche modo “patologico”, sono conseguenza di una concezione ed uno sviluppo di carattere scientistico. La Chiesa non poteva non avvertire la preoccupazione che in questa vicenda era contenuta con una scienza che pretendeva di essere una conoscenza assoluta e totalizzante. Oggi più che mai risulta attuale il problema del rapporto tra l’autonomia della ricerca scientifica e l’autorità della Chiesa. Se per autonomia della scienza si intende infatti la piena responsabilità degli scienziati di impostare la ricerca secondo quello che ritengono più adeguato per lo svolgimento della ricerca stessa, realizzando lo statuto proprio della scienza che professano, l’autorità della Chiesa non ha niente da dire a questo riguardo; essa non pur però non avere la preoccupazione di rappresentare un ambito di vita e di educazione a cui lo scienziato, in quanto credente, possa continuamente rifarsi. Lo scienziato che crede in Dio, lo scienziato che crede che Dio si sia definitivamente rivelato nella Vita, nella Passione, nella Morte e nella Resurrezione di Gesù Cristo e quindi crede che esista il luogo che salva la verità di Dio e dell’uomo corre meno degli altri la tentazione di ideologizzare la sua scienza. Se per autonomia della scienza invece si intende pensare un mondo in cui la scienza è tutto, ne consegue pensare un mondo che alla fine è stato contro l’uomo: che la scienza non è tutto, è quanto la Chiesa ha sicuramente voluto dire intervenendo su Galileo. Certo non si può dire che Galileo fosse di questo pensiero, ma non si può vedere la scienza del ventesimo secolo senza fare i conti con Galileo. Non possiamo infine non riconoscere che la scienza e il progresso tecnologico-scientifico hanno incrementato i mezzi per conoscere e illuminare la realtà, quindi per trasformare in meglio le condizioni di vita dell’uomo, quanto meno quelle materiali. La scienza può favorire il progresso dell’uomo in quanto non pretende di fissare il fine, ma di dare all’uomo, che cresce nella consapevolezza del suo fine, strumenti per l’ottenimento di obiettivi particolari.










